- unitarietà / uniformità di indirizzo, anche all'interno di una medesima compagine / alleanza politica
- controllo "democratico" (scusate ma non trovo termine più conciso...) sulle scelte effettuate. Intendo dire, quando sceglie un amministratore, locale per giunta, l'elettore lo fa pensando anche alla sua posizione riguardo a questioni di tipo aziendale / industriale, o solo per le sue doti di amministratore pubblico?
- ultima, ma non trascurabile, la competenza in senso "tecnico". Infatti, a fianco del personale politico investito di responsabilità all'interno di una fondazione, siedono anche molte "vecchie volpi" di quel mondo aziendale che da sempre ha saputo trarre vantaggio da un rapporto diretto con la 'politica' in senso lato.
Sull'ultima questione, mi riprometto uno studio di un certo dettaglio, basato sui principali esempi in ambito italiano. Sono quindi molto interessato a contributi "esterni"!
Banche e governance: le lezioni da trarre comunque
Gran parte della classe politica e delle forze sociali stanno di fatto chiedendo che Alitalia sia controllata dalle grandi banche, che tornano sempre più al centro delle vicende societarie nel nostro paese. Dopo Telecom, avremmo così un'Alitalia bancocentrica. Ma di chi sono queste banche? Bella domanda: un notevole peso al loro interno hanno le fondazioni, ove i politici hanno un ruolo che fatica a diminuire. Nel caso che stiamo esaminando, viene il sospetto che il pesante coinvolgimento di un grande gruppo bancario italiano possa essere volto a garantire alla politica nazionale e locale le stesse possibilità di ingerenza nel nuovo gruppo che aveva nella vecchia Alitalia, in cambio di favori su qualche altro terreno.
Immaginiamo che i consigli di amministrazione delle banche abbiano ordini del giorno che farebbero invidia a un consiglio dei ministri da economia pianificata. Si occupano, in effetti, di tutto e di tutti. Prima è stata la volta dei telefonini di terza generazione e dei piani di cablaggio dell'America Latina. Poi della crisi della carta stampata e dei riassetti del sistema televisivo. Ora hanno cominciato a trattare di rotte anziché di conti correnti. Ormai, per alcune di queste banche, la Roma-Lamezia Terme è diventata più importante della crisi innescata dal collasso del mercato subprime negli Stati Uniti. Se queste banche dovessero rispondere del loro operato di fronte ad azionisti e investitori istituzionali interessati alla redditività di medio periodo, il legittimo desiderio dei nostri banchieri di essere protagonisti potrebbe essere diretto verso scopi più "propri" delle banche. Ma il peso delle fondazioni bancarie accresce la tentazione delle banche di fare politica, di occuparsi dell'interesse comune (definito da chi?), o della nazionalità di chi acquista le imprese.
Antonio Fazio era stato cacciato più o meno per avere cercato di spingere le banche a questo tipo di comportamenti. Anche senza di lui, le banche restano al centro del gioco politico, saldamente protagoniste di una sorta di " politica industriale" in nome e per conto di governi centrali e locali che non sanno come farla o dicono di non volerla fare. Sarebbe interessante capire se c'è un regista nuovo (dalla politica invece che dalla banca centrale) o se sono ormai giocatori individuali. Quello che è chiaro, è che hanno fatto fuori il regista, ma la recita continua.
(il testo integrale e' disponibile sul sito www.lavoce.info)
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