lunedì 24 dicembre 2007

mercoledì 19 dicembre 2007

Interessante riflessione su governance.

E' di ieri un interessante (anche se non interamente condivisibile, specie nella parte riguardante nello specifico il caso Alitalia) articolo che qui di seguito riporto in estratto.
Ciò che qui è rilevante, a mio avviso, è la riflessione sulla titolarità della responsabilità delle scelte di "politica industriale". Il ruolo della classe politica (sulla sua definizione qui sorvoliamo) all'interno delle fondazioni che controllano le principali banche è degno di approfondimento, in particolare riguardo ad alcune questioni:
  • unitarietà / uniformità di indirizzo, anche all'interno di una medesima compagine / alleanza politica
  • controllo "democratico" (scusate ma non trovo termine più conciso...) sulle scelte effettuate. Intendo dire, quando sceglie un amministratore, locale per giunta, l'elettore lo fa pensando anche alla sua posizione riguardo a questioni di tipo aziendale / industriale, o solo per le sue doti di amministratore pubblico?
  • ultima, ma non trascurabile, la competenza in senso "tecnico". Infatti, a fianco del personale politico investito di responsabilità all'interno di una fondazione, siedono anche molte "vecchie volpi" di quel mondo aziendale che da sempre ha saputo trarre vantaggio da un rapporto diretto con la 'politica' in senso lato.

Sull'ultima questione, mi riprometto uno studio di un certo dettaglio, basato sui principali esempi in ambito italiano. Sono quindi molto interessato a contributi "esterni"!

 
"E LA BANCA PRENDE IL VOLO
di Andrea Boitani e Carlo Scarpa 18.12.2007
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Banche e governance: le lezioni da trarre comunque

Gran parte della classe politica e delle forze sociali stanno di fatto chiedendo che Alitalia sia controllata dalle grandi banche, che tornano sempre più al centro delle vicende societarie nel nostro paese. Dopo Telecom, avremmo così un'Alitalia bancocentrica. Ma di chi sono queste banche? Bella domanda: un notevole peso al loro interno hanno le fondazioni, ove i politici hanno un ruolo che fatica a diminuire. Nel caso che stiamo esaminando, viene il sospetto che il pesante coinvolgimento di un grande gruppo bancario italiano possa essere volto a garantire alla politica nazionale e locale le stesse possibilità di ingerenza nel nuovo gruppo che aveva nella vecchia Alitalia, in cambio di favori su qualche altro terreno.
Immaginiamo che i consigli di amministrazione delle banche abbiano ordini del giorno che farebbero invidia a un consiglio dei ministri da economia pianificata. Si occupano, in effetti, di tutto e di tutti. Prima è stata la volta dei telefonini di terza generazione e dei piani di cablaggio dell'America Latina. Poi della crisi della carta stampata e dei riassetti del sistema televisivo. Ora hanno cominciato a trattare di rotte anziché di conti correnti. Ormai, per alcune di queste banche, la Roma-Lamezia Terme è diventata più importante della crisi innescata dal collasso del mercato subprime negli Stati Uniti. Se queste banche dovessero rispondere del loro operato di fronte ad azionisti e investitori istituzionali interessati alla redditività di medio periodo, il legittimo desiderio dei nostri banchieri di essere protagonisti potrebbe essere diretto verso scopi più "propri" delle banche. Ma il peso delle fondazioni bancarie accresce la tentazione delle banche di fare politica, di occuparsi dell'interesse comune (definito da chi?), o della nazionalità di chi acquista le imprese.
Antonio Fazio era stato cacciato più o meno per avere cercato di spingere le banche a questo tipo di comportamenti. Anche senza di lui, le banche restano al centro del gioco politico, saldamente protagoniste di una sorta di " politica industriale" in nome e per conto di governi centrali e locali che non sanno come farla o dicono di non volerla fare. Sarebbe interessante capire se c'è un regista nuovo (dalla politica invece che dalla banca centrale) o se sono ormai giocatori individuali. Quello che è chiaro, è che hanno fatto fuori il regista, ma la recita continua.

(il testo integrale e' disponibile sul sito www.lavoce.info)

lunedì 17 dicembre 2007

Percezioni.

Percezione del costo dei carburanti.

Pur sapendo che parte della spiegazione risiede nel diverso mix di beni acquistati con il reddito personale disponibile (paniere...), il grafico seguente a mio parere è molto istruttivo. Ci dice quanto fallaci possano essere le percezioni empiriche, o meglio quanto esse possano essere influenzate da stimoli "esterni" di tipo politico, sociale, di comunicazione.
In sostanza il grafico (basato sulla realtà USA) rapporta, anno per anno, il costo di 1.000 galloni di benzina al reddito pro-capite disponibile.


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Note a margine di un matrimonio.

 
Straordinario (ma ormai consueto) come il Nostro Co-Dialogante sia capace di assorbire e rendere compatibili culture e personaggi che per propria natura e sostanza sarebbero assai distanti dalla Sua. Questo tipo di tattiche basate sull'"influenza", tendono a creare nell'opinione pubblica (per quel che questo termine può voler dire oggi) tendenzialmente non affine delle aree di convivenza o "non belligeranza". Non ne sto facendo una sterile critica, quanto piuttosto un suggerimento di discussione. Questo per poter riadattare simili tecniche di comunicazione ed influenza  a situazioni future e per scopi che ritengo personalmente più utili all'interesse generale.

"Fiori d'arancio per Giorgio Albertazzi e Pia de' Tolomei


Le nozze si terranno domani in Campidoglio, a celebrare il rito civile sarà il sindaco di Roma Walter Veltroni. Il testimone scelto per l'occasione è Maurizio Scaparro, che ha collaborato con l'attore per il suo spettacolo 'Memorie di Adriano'.
Roma, 12 dic. (Ign) - Sono stati molti gli amori nella vita del grande attore di teatro Giorgio Albertazzi (nella foto), arrivato ormai all'età di 84 anni, ma nessuna donna è mai riuscita a portarlo all'altare, neanche l'attrice Anna Proclemer col suo fascino, al fianco della quale ha calcato le scene per anni.
A riuscirci, dopo venti anni di amore discreto, sarà Pia de' Tolomei: nobildonna toscana di 48 anni, discendente della celebre Pia ricordata da Dante nel V canto del Purgatorio e .........
.................................
Sarà una cerimonia intima, che i due avrebbero voluto tenere segreta, ma le pubblicazioni affisse in Campidoglio non sono passate inosservate. Nessun commento da parte dei due interessati: al telefono dell'attore c'è la sua segretaria che prontamente risponde ''il maestro ha detto che si tratta di cosa strettamente privata di cui non è il caso di parlare''. " (SIC)
 
 



mercoledì 12 dicembre 2007

"Cineserie" (2)

Beh, d'accordo, si parla di Italia, ma l'insegnamento è lo stesso, anzi, ancor più 'trasparente', data la vicinanza. D'altro canto, qualcuno non definì forse "scientifico" tutto ciò che è falsificabile?
 
 

C'è il declino, anzi no, il boom

 

I dati del manifatturiero erano sotto gli occhi di tutti, ma nessuno li vedeva

 

Commentando il quarantunesimo rapporto Censis sulla situazione della società italiana, Pietro Modiano, direttore generale di Intesa Sanpaolo e noto esponente della finanza di sinistra, ha affermato che "negli scorsi anni il boom silenzioso dell'industria manifatturiera ci ha permesso di superare uno dei periodi più difficili dal dopoguerra". Dopo cinque anni passati a indicare il "declino industriale" come fenomeno centrale della condizione produttiva italiana, ora improvvisamente ci si rende conto che invece c'è stata una metamorfosi virtuosa, nel corso della quale moltissime imprese hanno trovato la strada per adattarsi alle nuove concorrenze, innovando prodotti e sistemi di produzione. Ora si arriva addirittura, e forse con un eccesso di enfasi, a parlare di "boom manifatturiero". I dati sui quali si fondano queste analisi sono noti, riguardano soprattutto il mutamento della qualità delle esportazioni italiane, ridotte come quota del commercio mondiale, com'era inevitabile per effetto della crescita di giganti come la Cina e l'India, ma che hanno accresciuto la lororedditività. Si tratta di un fenomeno in corso da anni, ma a quanto pare ci sono economisti che, chissà perché, non hanno mostrato di accorgersene per un quinquennio intero, quello nel quale al governo c'era il centrodestra. Ora, invece, si usano toni trionfalistici, peraltro proprio nelle fase in cui la forza della moneta europea tende a creare difficoltà alle esportazioni che solo un nuovo sforzo di innovazione potrà, forse, sormontare. Il Censis, per la verità, non aveva mai ceduto alla facile retorica del declino, ma i suoi rapporti sui caratteri propulsivi della metamorfosi produttiva sono stati a lungo sottovalutati, o addirittura criticati come troppo compiacenti. Fa piacere che oggi un dato di fatto che era stato trascurato o occultato sia riconosciuto appieno.

C'è solo da sperare che, se per caso, il quadro politico cambiasse di segno, gli attuali laudatori delle meravigliose sorti e progressive non tornino a fare le Cassandre.

"Cineserie"...

Istruttivo, sicuramente. E con valenza generale! I numeri vanno "annusati", ed in ogni campo dell'attività umana. Il "window dressing" è stato sempre praticato in ogni epoca; nulla di scandaloso, ma diffidare del senso comune, quando sembra troppo 'comune', è buona regola.
 

Retrocessa per un pil

Il ricalcolo al ribasso della ricchezza nazionale dimostra la fragilità della Cina

M

entre Henry Paulson si reca a Pechino - per convincere la Cina a rivalutare la sua moneta e a dedicare maggiori risorse all'investimento e al consumo domestico e meno all'esportazione attualmente sovvenzionata – arriva un dato statistico che ridimensiona le stime sul pil e l'immagine del "gigante economico cinese". Un ridimensionamento che dice molto dei nostri eccessivi mal di Cina, ma anche dei loro problemi e della loro necessità di aprire al mercato.

Vediamo. Gli organismi internazionali hanno rifatto le stime del prodotto interno lordo cinese, in moneta di equivalente potere di acquisto, e hanno trovato che la stima attuale è sbagliata per eccesso del 40 per cento. Così il pil cinese non è il 28 per cento di quello americano, ma solo il 20 per cento. E anche il tasso di crescita dell'economia cinese non è stato in questi ultimi anni del 10-11 per cento, ma molto inferiore, perché la rettifica del pil dipende dalla valutazione dell'aumento dei prezzi superiore ai calcoli precedenti. Inoltre poiché la popolazione cinese è quattro volte quella americana, il pil globale cinese va diviso per quattro per poi procedere al calcolo del pil procapite: che, in definitiva, è solo il 5 per cento di quello degli Usa.

Ma questa è una media. Diminuendo del 40 per cento i redditi medi dei cinesi nelle varie classi di reddito, si scopre che un quarto della popolazione è sotto la linea di povertà calcolata dalle Nazioni Unite, quella del livello di sopravvivenza. Poiché la Cina ha mille duecento miliardi di dollari di riserve valutarie, pari a circa mille dollari pro capite, la sua opulenza monetaria appare in stridente contrasto con i suoi 300 milioni di indigenti. Il quadro si annerisce anche per l'efficienza energetica. Il consumo di risorse energetiche per dollaro di pil cinese prodotto o consumato è assai superiore alla media dei paesi industriali. Con la riduzione del pil cinese del 40 per cento il gap di efficienza energetica cinese diventa enorme.

Risulta, quindi, evidente che le richieste di Paulson a Pechino di rivalutare il yuan e accrescere consumi e investimenti a spese delle esportazioni, non è solo nell'interesse del mondo sviluppato, ma soprattutto nell'interesse della Cina.

martedì 11 dicembre 2007

Difficile non condividere.....

Fini va alla deriva, zavorrato dalla ''socialità'' ereditata dalla Rsi.

http://www.carlopanella.it/web/dett-edi.asp?ID=389

E interessante studiare con freddezza la deriva che Gianfranco Fini ha intrapreso da quando ha scoperto di non potere più applicare l'unica strategia che conosce.
Per 14 anni, dal 1993 a ieri, Fini, infatti, si è abituato a fare o dire ''più uno'' o ''meno uno'', rispetto o quanto diceva Berlusconi. Il massimo delo sforzo lo ha fatto quando ha tentato di sviluppare la politica del cuculo e di soffiare con la lista dell'Asinello la leadership a Berlusconi stsso (con esiti disastrosi).
Per il resto... nulla. Non uno straccio di strategia, non uno straccio di idea nuova, tanto che il progetto coraggioso di Alleanza Nazionale (che era di Tatarella, non di Fini) è morto sul nascere e oggi An è saldamente nelle mani del gruppo dirigente del Secolo d'Italia, senza nessun apporto esterno.
Questa situazione anomala della leadership della destra italiana era sottotraccia, ed è esplosa con violenza non appena Fini si è scoperto in mare aperto, da solo. Quando Berlusconi -e proprio da San Babila!!!- ha spiegato che non ne voleva più sapere delle coalizioni obbligate, il leader di An ha scoperto -finalmente- di non avere uno straccio di strategia, di essere sbandato di quà e di là, anche verso l'estrema sinistra (ricordate il sì alla fecondazione assistita? ricordate il voto agli immigrati?) e di non sapere cosa fare.
Passati i giorni, nonostante la solidarietà attiva di Casini (che almeno ha una sua strategia di Cosa Bianca) Fini non è riuscito a dotarsi di una strategia e si è messo a insultare. Da qui l'accusa a Berlusconi di essere ''alla comica finale'', i toni stizzosi, la fine della sua immagine di politico fredddo e posato.
Un disastro. Pericolosissimo per lui e per il suo partito. Ha perso i nervi, e si vede. Questo, in politica, costa tantissimo.
Pure, Fini ha una strada lastricata davanti a sé: deve entrare nel Ppe e fare esattamente quello che ha fatto Aznar. Ma per farlo, deve sbarazzarsi delle incrostazioni ''sociali'' di diretta derivazione Rsi, ch eancora appesantiscono lui stesso, il suo partito e soprattutto il suo nuovo, indispensabile alleato interno: Gianni Alemanno. Durante l'intero governo Berlusconi ultimo, Alemanno ha fatto e imposto politiche ''alla Bertinotti'', è stato un ultraconservatore sul piano sindacale, (vedi il disastro Alitalia), ha detto di tutto -e a sproposito- contro gli Ogm, e ha sviluppato idee di ''socialità'' direttamente discese dalla ''rivoluzione fascista''. Un bailamme antistorico.
Fini, questo nodo non sa e non vuole scioglierlo dentro il suo partito e quindi va alla deriva.Un problema serio per tutto il centrodestra.

Ofcom comes down hard on BT Openreach - Quando la "regolazione" funziona.....senza essere "dialogante"

da "Telecoms.com"
 
Ofcom comes down hard on BT Openreach

UK communications watchdog Ofcom is planning to force BT to pay out more compensation to its wholesale customers for failing to meet requirements.

In its annual review of BT's regulatory compliance, Ofcom expressed concern at the performance of the incumbent carrier's Openreach division.

As a result, the regulator has proposed BT makes greater compensation payouts, and more frequently.

The watchdog said BT should pay compensation proactively, without any need for Openreach customers to make a claim. BT should also pay out every time service or quality falls below the contractual threshold and should continue to pay compensation each time problems persist with no limits to the amount. Ofcom has also proposed that BT pay double the amount of compensation for failure to activate 'live' lines.

The proposed compensation scheme will apply to all Openreach customers, including BT retail, which rent capacity on the carrier's national fixed network.

Ofcom chief executive, Ed Richards, said: "The UK now has one of the most competitive markets anywhere in the world. To build on this progress, we want to ensure that Openreach has very clear incentives to deliver consistently high quality service to all of its customers. These measures will benefit all business and residential consumers and all competitive communications providers that use BT's network."

Richards said Openreach has made "real progress" but added that further action can offer benefits to UK consumers.

As a result of the Telecoms Strategic Review, UK consumers are already benefiting from average broadband prices that were down by two thirds in 2006, compared to 2005; More choice, with 60 per cent of UK consumers able to choose between four or more providers; And increased competition - in 2006, 8 per cent more customers switched fixed telephone line and 5 per cent more customers switched broadband provider than in 2005.

lunedì 10 dicembre 2007

LECTIO TREMONTIANA - un testo "di riferimento"

ANNO XII NUMERO 168 - PAG III IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 18 LUGLIO 2007

di Giulio Tremonti

Questa “lezione” sarà divisa in due parti:
prima, la mia parte; poi, la vostra parte,
fatta dalle vostre domande. E’ così che questa
lezione si trasformerà, da lezione, in dialogo.
In ogni caso: non farò una “lezione-comizio”;
non sarò assertivo, dogmatico, categorico.
Piuttosto sarò “critico”, nel senso greco
del termine. Farò ipotesi, darò spazio anche
alle incertezze ed alle criticità.
Fare una lezione sulla politica è comunque
un esercizio non usuale e non facile. Di
solito è l’opposto: non sei tu che fai lezioni
sulla politica, ma è la politica che ti dà lezioni.
E te le dà con le delusioni, le lezioni migliori,
piuttosto che con le premiazioni.
Il primo pensiero politico organizzato è
stato espresso da Platone nella Repubblica.
La politica è “technè”. E’ anzi la forma superiore
della “technè”: “E technè politikè”.
L’immagine usata per la politica da Platone
è quella del timone come strumento di governo
della nave. Una tecnica, la politica,
che è la più complicata perché devi insieme
conoscere la nave e l’equipaggio, la superficie
del mare, i fondali, le stelle. Non è forse
un caso, se il luogo informatico di un importante
ministro in carica evoca “Palinuro”.
Palinuro. Il mitico nocchiero di Enea. Caduto
in mare per l’effetto combinato del
sonno e di uno scoglio, per cui nell’Eneide
si legge: “…al vacillar del suo legno s’accorse
che di guida era scemo e di timone…”.
Essere “tecnico” è una cosa. Ma la “technè”
è un’altra cosa. Torniamo alla “navigazione”
come arte. Le carte geografiche non sono
più eurocentriche. Le nuove carte geografiche
hanno infatti per centro l’America.
Le prossime forse avranno per centro l’Asia.
La bussola – l’intelligenza e la coscienza
– è forse ancora la stessa. Ma gli spazi si
sono estesi, le rotte sono cambiate. E, se la
realtà cambia, la politica non può restare
uguale. Se la politica pensa di poter restare
uguale, mentre cambia la realtà, ad un certo
punto è la realtà che cambia la politica.
Cosa voglio dire? Che la carta politica che
abbiamo davanti è cambiata, come per effetto
di una rivoluzione. Che viviamo un
tempo non banale, non normale. Un mondo
in cui l’apparenza è ancora – per ora – quella
di vivere a velocità costante, quasi in un
noioso continuum esistenziale. Ma la sostanza
delle mutazioni in atto è rivoluzionaria.
E’ stato così altre volte nella storia. E’
stato così al principio del ’500, con l’apertura
degli spazi atlantici e con la conseguente
rottura dell’antico ordine europeo. Quando
il mondo diventa “mundus furiosus”.
E’ stato così al principio dell’‘800. Il 18
settembre 1806, dopo la Rivoluzione francese,
durante l’età di Napoleone, nella Fenomenologia
dello spirito Hegel scrive di
un “sentimento di ignoto… L’intera massa
delle rappresentazioni, dei concetti che
abbiamo avuto finora, le catene del mondo,
si sono dissolte e sprofondano come un’immagine
di sogno”. E’ così di nuovo ora, al
principio di questo secolo. Un brevissimo
flash-back. Nel luglio 1989, anno bicentenario
della Rivoluzione francese, ho scritto
sul Corriere della Sera un articolo che provo
a sintetizzare come segue: si è spezzata
la catena Stato-territorio-ricchezza. Prima
lo Stato controllava il territorio e con questo
la ricchezza (che stava infissa sul territorio:
agraria, mineraria, paleo o protoindustriale)
e per questo aveva il monopolio
della politica (batteva moneta, levava le
tasse, faceva la giustizia).
La globalizzazione avrebbe invece (si era
solo nel 1989…) dematerializzato ed internazionalizzato
la ricchezza, così erodendo le
basi del vecchio potere politico nazionale.
Così, mentre il primo ’89 era stato l’anno di
avvio di rivoluzioni “parlamentari” (la costruzione
politica dello Stato nazione), il secondo
’89 sarebbe invece stato anno di avvio
del processo contrario.
Sulla storia a seguire, qui mi permetto
poi di rinviare a due miei libri: Il fantasma
della povertà, Mondadori, 1995; Rischi fatali,
Mondadori, 2005. Cosa voglio dire di più?
Entrando in un mondo nuovo, diffidate delle
vecchie carte geografiche. Diffidate delle
vecchie formule politiche, dei vecchi schemi
culturali, dei vecchi luoghi mentali, delle
vecchie parole-chiave. Incluse anche
quelle più recenti. E’ infatti certo vero che
il nuovo mondo, unico e globalizzato, ha prodotto
un suo proprio tipo di pensiero nuovo,
il pensiero unico. Ma è anche certo vero che
questo a sua volta è stato un prodotto effimero.
E’ durato solo un decennio.
La sequenza “mercato unico – mondo unico
– uomo a taglia unica” ha in specie
espresso un prodotto a veloce consumazione.
A questo specifico proposito, sul mercatismo
come sintesi inefficiente di liberalismo
e comunismo, rinvio ancora al libro Rischi
fatali, citato sopra.
Che formula, che metodo politico possiamo
dunque usare nel tempo presente? Una
prima determinazione. Nel governo ordinario,
in specie nel dominio economico, la formula
prevalente, dominante, non è e non
sarà più una formula ideologica. Ma piuttosto
una formula empirica. Una formula come
questa: “Market if possible, government if necessary”.
E’ questa una formula politica di tipo
non universale, ma all’opposto, per definizione,
di tipo particolare. Una formula che
mira a soluzioni ad hoc, basate sull’equilibrio
dinamico tra princìpi diversi e tra di loro
potenzialmente opposti.
E’ questo precisamente il tipo di politica
che si è preso a fare nella Francia di
Sarkozy. Per inciso: ricordate da noi, negli
anni scorsi, le polemiche sul “colbertismo”?
Un esempio attuale (potenziale) per l’applicazione
di questa politica in Italia. Per la
sinistra, il futuro di “Poste italiane S.p.A.” è
quello di diventare una nuova grande banca
privatizzata. Per noi no. L’Italia ha infatti bisogno
di tutto, tranne che di una nuova banca.
Piuttosto, gli italiani – i deboli, gli anziani,
gli italiani che vivono in ottomila Comuni
sparsi sul territorio – hanno bisogno di un diverso
disegno del Welfare State. Non i cittadini
che vanno nelle strutture pubbliche. Ma
le “Poste italiane” che vanno a casa loro,
portando l’infermiere, prendendo le prenotazioni
per evitare le code agli anziani, portando
le medicine, etc. Le nostre Poste, con
più di 14.000 uffici, più di 50.000 veicoli, più
di 150.000 addetti, possono farlo.
Non è abbastanza di mercato? Forse. Ma
è giusto provarci. Ed è per questo che è una
delle nostre proposte di legge, per rendere
più dignitosa la vita degli italiani. E tuttavia
non basta dire “market if possible, government
if necessary”. Per una ragione molto
semplice. Perché la realtà non è fatta solo
dall’economia. Perché la politica non si identifica
più con l’economia.
E’ sembrato (e stato?) così nel ’900. A partire
dalla profezia di Rathenau: la politica è
nell’economia. La profezia si è in parte avverata
dentro le economie di mercato. Anche il
comunismo è stata in parte prevalente una
ideologia economica. Il mercatismo si è infine
presentato come la forma nuova del materialismo
storico. Ma ora, a questa altezza di
tempo, possiamo dire che non è più così e
che non può essere più così. L’economia è
importante, ma la politica è una cosa diversa.
La politica vive e/o rivive dunque, ma su
di un quadrante diverso. E di riflesso la differenza
tra sinistra e destra resta, perché la
grande dividente non è più sul modello economico
ma sulla visione, sul disegno, sulla
struttura della società.
La realtà è più vasta, più complessa, più
forte e anche per questo reagisce all’economia.
La realtà non è nell’economia. La realtà
non è a dimensione unica. L’essenza della
realtà è nella società ed è qui che nella dialettica
storica tra destra e sinistra continua
la politica. Certo, l’economia resta importante.
Ed è anche (ancora) sull’economia, ed in
specie sulle tasse, che si vincono o si perdono
le elezioni (soprattutto se a fare la differenza
c’è un governo come il governo Prodi).
Certo è sull’economia che ancora si manife
manifestano,
ed anche forti, differenze politiche:
a) cresce, tendenzialmente con i governi
di sinistra, la pressione fiscale. E questo determina
e marca differenziali di posizione,
tra chi è a favore e chi è contro;
b) persiste poi a sinistra una ideologica
“fiscale” e giacobina, totalitaria ed odiosa.
In sintesi, l’idea che la vita può, deve essere
contenuta, schematizzata e dichiarata in
un “modello unico”.
Ma tutti comunque, nell’Europa continentale,
tanto a destra quanto a sinistra, accettano
in termini generali un unico modello economico,
l’economia “di mercato”. Ovvero:
non propongono modelli alternativi. Esclusi
solo i modelli onirici o messianici, tipo
“rifondazione comunista”.
Non per caso, ma pour cause, sono possibili
in Europa, e qui stanno anzi diventando
la formula politica prevalente, le grandi
coalizioni. Una formula politica questa che
è essenzialmente determinata da cause economiche
e per questo è basata proprio su
comuni agende economiche. In ogni caso e
proprio per questo, per essere essenzialmente
strutturate sulla base di “agende”
economiche, le grandi coalizioni non anticipano
e non determinano la fine della politica.
Non sono la post-politica. Infatti è fuori
dal dominio dell’economia, non tanto nel
dominio fiscale quanto nel dominio spirituale,
che ancora si sviluppa la dinamica
politica. Ed è qui, su questo quadrante della
mappa, che la politica prosegue. Prosegue
nello sviluppo e nel confronto tra due
diverse visioni della società. Semplicemente,
il vettore della storia ha ripreso a muoversi,
dall’economia alla società, dal materiale
allo spirituale. Non è la fine del mercato.
Ma è la fine dell’idea che il mercato
possa essere la matrice totalizzante esistenziale,
la base di un nuovo materialismo storico.
Il mercato è una parte, non è il tutto.
La nuova partita è iniziata in Europa con
il dibattito sulle radici giudaico-cristiane: se
inserirle – o no – nella nuova bozza costituzionale
europea. La prima, e in qualche modo
superficiale o parziale, interpretazione
ha trattato questa partita come una partita
tra Parigi e Roma. Tra Parigi, luogo tutelare
dei “lumi”, e Roma, centro storico e spirituale.
L’interpretazione più vasta e più profonda
pare invece essere un’altra: non una partita
tra Parigi e Roma, ma tra Londra e Roma.
Al fondo, la lotta tra due visioni della società.
Londra come base di irradiazione di
una visione della società che, banalizzandosi
nei consumi e di riflesso nei costumi, si
identifica ed appiattisce sull’economia (l’idea
dell’europa-mercato).
All’opposto, l’idea dell’Europa-politica.
Frutto della sua storia passata e proiettata
nella storia a venire proprio perché costruita
come qualcosa di diverso e più alto rispetto
alla geografia piana tipica di un’area
di libero scambio + alcune autorità di regolamentazione
del traffico.
La partita è ancora aperta. Qui mi permetto
di rinviare ad un mio articolo sulla dialet
dialettica
storica tra queste due visioni della società,
pubblicato sul Giornale nel 1999 sotto
il titolo “Questa Chiesa ha un grande futuro
politico”. Andando avanti nell’analisi, è in
specie proprio nell’alternativa strategica tra
queste due visioni che si vede come la sinistra
perde colpi e perde quota storica: dai
pregiudizi su legge ed ordine al disegno della
società nell’età dell’immigrazione, dai
principi della vita ai limiti della ricerca
scientifica. E su molto altro. Perché la sinistra
post-moderna perde quota, tanto sul piano
dell’economia (con l’accettazione neofita
ed enfatica del mercatismo), quanto e soprattutto
e decisivamente sul piano del modello
sociale? Perché i vettori della modernità si
sono rovesciati? Perché, dopo quasi due secoli,
la sinistra non è più il progresso e perché
il progresso non è più a sinistra? Perché,
per la prima volta nella sua storia, la sinistra
non è più proiettata verso il futuro, ma impigliata
nel passato? Perché la sinistra ci si
presenta come un albero con le radici rovesciate,
come un albero che cresce all’inverso,
dall’alto verso il basso?
La risposta a queste domande si trova a
sua volta rispondendo ad una domanda di
fondo: cosa è successo alla sinistra?
Per capirlo basta:
prima identificare le categorie-base storicamente
proprie della sinistra;
poi verificare che queste sono contemporaneamente
entrate in crisi, proprio con la
“modernità”, prima evocata e poi spinta
dalla globalizzazione. Con l’apporto decisivo
e paradossalmente suicida proprio della
sinistra stessa.
Nei termini che seguono:
a) basta guardare alle mutazioni intervenute
nei processi produttivi, basta guardare
un personal computer, per capire che la vita
non è più massa, non è più collettivo, non è
più grandi numeri;
b) la ragione non fornisce più spiegazioni
totalizzanti offerte nella forma della progressiva
illuminazione. Lo sviluppo scientifico
non è tutto positivo e tutto lineare.
Per la prima volta nella storia, ciò che è
possibile tecnicamente, non è detto che sia
anche lecito moralmente;
c) lo Stato nazionale (il container ed insieme
l’hardware della ideologia di sinistra applicata
alla società) è in crisi storica di potere,
proprio per effetto della globalizzazione
che ne ha eroso le basi;
d) è in specie finita l’età del debito pubblico
usato come leva sociale di transfert dall’alto
verso il basso. E’ così che la sinistra
non può essere più identificata con la sua essenza
di politica sociale: con la spesa pubblica
fatta a debito.
Questo deficit politico, culturale, spirituale
non può essere colmato dalla politica post-
moderna. Non può essere colmato dal pensiero
debole, dal populismo leggero, dal relativismo,
dal sincretismo, dal veltronismo.
Il veltronismo si limita infatti a frullare,
confondere ed infine a sublimare materiali
eterogenei. Il veltronismo si prende tutto,
usa tutto, diventa tutto. Nelson Mandela e
Kennedy, Alcide De Gasperi ed i Procul Harum.
Il veltronismo è la versione politica del
“Truman show”. Lo show in cui tutto è falso.
Ciò che è vero nel veltronismo è solo una
foresta di contraddizioni. Veltroni va solo un
po’ più avanti, rispetto al “Truman Show”,
perché alla tecnica scenica aggiunge una tecnica
retorica. Identificando e combinando
relativamente verità ed utilità.
Non è vero ciò che è vero. Non è falso ciò
che è falso. E’ vero solo ciò che è utile per la
propaganda. Un esempio: Veltroni attacca la
democrazia che non decide. La democrazia
che non decide sui trafori o sulla spazzatura.
Bene. Ma è bravo solo a vedere gli effetti
e non le cause dei fenomeni sociali che denuncia.
Le cause del blocco e dello stallo politico
sono infatti proprio nella democrazia
dal basso, nella democrazia permanente,
nella democrazia dei sindacati universali e
dei comitati territoriali, in sintesi nella democrazia
del ’68. Veltroni tratta tutto, ma non
questo. Per una ragione molto semplice. Perché
non può. Perché la matrice, la madre di
questo tipo di democrazia, della democrazia
in cui gli aggettivi ed i predicati cancellano
il sostantivo (democrazia) è proprio la sinistra
che lo ha espresso, che lo sostiene, che
lui stesso dice di essere.
In Veltroni c’è una sola variante, rispetto
alla sinistra di base. Ed è una variante leggermente
degenerativa. La vecchia sinistra
parlava di bisogni. La nuova supera questa
frontiera, passando dai bisogni ai desideri.
In questa nuova prospettiva politica, non è
necessario garantire qualcosa, è sufficiente
promettere tutto. Il veltronismo è il riformismo
gratuito: il mio impegno è il vostro desiderio.
Con il ’68 la sinistra ha “spogliato gli
altari”. E, come si dice, se non credi più a
niente, finisci per credere a qualsiasi cosa.
E’ per questo che sono comparse parole
nuove, come consumatore, come fitness (le
palestre detassate in nome dell’impegno sociale
a dimagrire, pianificato dal ministro
Turco), come dressing (la nuova politica etico-
ambientale di liberare i pubblici impiegati
da un vincolo disciplinare che per la verità
non c’è mai stato: il vincolo della cravatta).
E’ il ’68 aggiornato. Ed è proprio dal ’68 in
poi che sono invece scomparse dal vocabolario
della sinistra, come se fossero state sbianchettate,
le parole autorità e responsabilità,
morale e dovere. Ed è proprio qui, nella progressiva
decivilizzazione prodotta dal relativismo,
che stanno insieme il vero marcatore
e la dividente, tra sinistra e destra. Tra la sinistra
che è. E la destra che vogliamo e che
dobbiamo saper essere.
All’opposto userò 5 vecchie parole. E ne
parlerò qui di seguito:
Autorità
Responsabilità
Valore
Identità
Ordine (Legge & Ordine)
A) Autorità
E’ scomparsa l’autorità. Il ’68 ha infatti
portato con sé la morte dell’autorità. Noi invece
vogliamo più autorità nella vita pubblica.
Non si può abrogare per legge il ’68. Ma
molto si può fare anche per legge. Un esempio.
Per principio, i pubblici uffici non sono
al servizio degli impiegati che ci lavorano, ma
dei cittadini per cui gli uffici devono lavorare.
Siccome pare che le cose non vadano proprio
proprio
così, l’idea della sinistra è stata una idea
tipica della sinistra: istituire una “Autorità”
contro i fannulloni. Tipica della sinistra, nei
termini che seguono. C’è un problema? Facciamo
una legge. Ma non una legge che supera
il problema. Una legge che lo aggira. Salvo
infine a scoprire che ci sono i fannulloni
anche dentro gli uffici dell’Autorità contro i
fannulloni. Noi faremo invece una legge che
ristabilisce nei pubblici uffici le antiche linee
verticali di gerarchia e di autorità.
B) Responsabilità
C’è una certa differenza tra il “siediti ed
aspetta” e l’“alzati e cammina”. E’ quello
che va fatto e che gli italiani si aspettano sia
fatto. […] Responsabilità verso se stessi, verso
la propria famiglia, verso la propria comunità.
Responsabilità verso il passato (gli
anziani), verso il presente e verso il futuro.
E’ in questa strategia di riforma politica che
viene in evidenza il ruolo essenziale delle
strutture comunitarie. Il modello sociale socialista
trova la sua massima espressione
nel “trasferimento” pubblico dall’alto verso
il basso. E con questo abdica alla responsabilità.
Aliena la persona, spingendola verso
l’astrazione dello stato provvidenziale. Il nostro
modello sociale è nuovo ed alternativo
proprio perché assume una forte e nuova caratterizzazione,
insieme personale e comunitaria.
La politica fiscale e federale ne sono
tratte come logici corollari.
Gli effetti positivi della riduzione fiscale
non servono solo per rilanciare l’economia,
ma anche per finanziare i servizi sociali. E’
anche il federalismo, realizzato con la devoluzione
di una ampia quota di poteri politici
amministrativi e fiscali.
C) Valori
Il nostro problema non è creare, come in
un progetto di una ingegneria sociale e di
mutazione genetica, valori nuovi e post-moderni.
Il nostro problema, in una età di crisi
universale, è quello di conservare valori che
per noi sono eterni. Rispetto al consumismo,
noi preferiamo il romanticismo. Non i valori
dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri
padri spirituali. Un esempio per tutti: il
nostro contrasto politico all’idea post-moderna
della “famiglia orizzontale”, che da
noi dovrebbe prendere forma con i DICO
alias CUS. Non è questione di essere religiosi
o laici. Il Dico sublima infatti la cultura
del consumismo. Consente di passare, come
su una piattaforma girevole, dal consumo
delle cose al consumo dei rapporti, delle relazioni
e dei sentimenti in nome della nuova
ideologia delle liberalizzazioni. L’essenza
del Dico, matrimonio pop, è nella banalizzazione.
Non è nemmeno più necessario salire
al piano di sopra del Municipio: è sufficiente
fermarsi al pian terreno in sala anagrafe
per fare shopping giuridico, per consumare
al banco un prodotto tipico di questo tempo.
Immersi come moltitudine nella solitudine
dell’effimero. Un prodotto a bassa intensità
morale, e per questo un prodotto che ha un
plus rispetto al matrimonio religioso o civile,
così démodé nella liturgia, soprattutto così
carico di fastidiosi vincoli e doveri… A
questa visione si oppone, e francamente credo
che debba essere opposta, una visione
antica e forte della società, fatta da principi
e da doveri.
D) L’identità
La difesa dell’identità è la difesa delle
nostre diversità tradizionali, storiche e basiche:
famiglie e “piccole patrie”, vecchi usi
e consumi, vecchi valori. Al fondo c’è qualcosa
di molto più intenso che una parodia
bigotta della tradizione. E’ un misto di paura
e di orgoglio, una riserva di memoria, un
retroterra arcaico e umorale che negare,
comprimere o sopprimere, non solo è difficile.
E’ dannoso. Saremo infatti più forti, nel
futuro, solo se saremo più ancorati al nostro
passato. Per inciso, se – a differenza che nel
resto dell’Europa – in Italia non ci sono e
diffusi e crescenti gli orrori della xenofobia,
è anche per questo. Ed è anche per merito
della fondamentale funzione democratica
esercitata dalla Lega nord.
E) Ordine (Legge & Ordine)
Non servono nuove figure di reato. Serve
la concreta ed anche territoriale applicazione
di quelle che già ci sono. Ed è questo,
della Legge & Ordine, il campo più difficile,
su cui stiamo principalmente lavorando.
Nell’insieme dobbiamo dunque e possiamo
reagire alla dittatura del relativismo.
Una dittatura di tipo soft, ma pur sempre
una dittatura.
Che Fare? […] Leggete un libro di storia.
Sarete sempre aggiornati. Ma non basta neppure
essere aggiornati. Guardate al futuro.
Per tutte queste ragioni, e per questa ultima
ragione in particolare, vi do un indirizzo.
L’indirizzo di una biblioteca: l’indirizzo
della “biblioteca dei sogni”.

mercoledì 5 dicembre 2007

Start! Inizio delle trasmissioni! Stay tuned...

Politica, tecnologia e dintorni, costume etc.; molto basato su webclipping brevemente commentato.
Al momento questa l'impostazione di questo blog. Stay tuned!